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Gli eroi del mare

La missione di Dolphin Project, lottare per la tutela e la riabilitazione dei delfini


Quando Richard O'Barry venne chiamato ad addestrare i delfini del film Flipper non poteva nemmeno immaginare che un giorno si sarebbe trovato a lottare per la loro salvaguardia, quell'esperienza fu lo spartiacque tra il ruolo di addestratore e quello di eroe.


Così creò Dolphin Project, un'organizzazione non profit che porta avanti le campagne per la riabilitazione di delfini in cattività e anche la lotta contro il loro massacro.

Massacro che è stato portato alla ribalta mediatica grazie anche al film Cove, premio Oscar nella categoria "Documentari", uscito nel 2009 e diretto da Louie Psihoyos, dove il protagonista, Ric O'Barry, con delle azioni rischiose al limite della legalità, e supportato dal suo team, mette in evidenza lo sterminio dei Delfini a Taiji, cittadina a sud del in Giappone, affacciata sul Mare delle Filippine, dove ogni anno, a partire dai primi di Settembre fino all'inizio di Marzo, si ripete la stessa barbarica mattanza della caccia al delfino.



Se c'è un delfino in difficoltà in qualsiasi parte del mondo, il mio telefono squillerà, Ric O'Barry.

ULA BIANCA: Dolphin Project , quando è nata l'organizzazione e qual è l'obiettivo?

DOLPHIN PROJECT: Dolphin Project è stato fondata in occasione della Giornata della Terra nel 1970. La nostra organizzazione mira a educare il pubblico sulla cattività e, dove possibile, ritirare e/o liberare i delfini in cattività.


UB: Per chi non lo conosce, che animale è il delfino?

DP: I delfini sono mammiferi marini molto intelligenti e sociali.


UB: Portate avanti la lotta contro i delfini in cattività, l'industria dei delfini attrae ancora molte persone?

DP: Sì, purtroppo molti membri del pubblico frequentano ancora i delfinari.



UB: Che danni può subire un delfino in cattività?

DP: I delfini possono soffrire sia fisicamente che psicologicamente in cattività. La loro qualità di vita è gravemente compromessa. Spesso mostrano comportamenti che indicano una cattiva salute mentale e condizioni di vita inadeguate, come comportamenti stereotipati e autolesionismo.


Spesso vediamo anche aggressività tra i compagni di vasca, mentre sono costretti a raggrupparsi innaturalmente in vasche stressanti e anguste.


UB: Come si affronta la riabilitazione?

DP: La riabilitazione dipende dal singolo animale, ma abbiamo una panoramica del nostro protocollo a riguardo, sul nostro sito web DolphinProject.com


UB: Centro Dolphin Sanctuary, che progetto è? Ho visto che il primo in Europa è stato aperto proprio in Italia a Taranto.

DP: La nostra campagna Dolphin Sanctuary Project mira a riabilitare e rilasciare o ritirare gli attuali delfini in cattività attraverso l'uso di santuari.


UB: Perché non è stata ancora definita specie protetta?

DP: Esistono molte specie di delfini e il loro stato di protezione varia a seconda della specie e della posizione.


UB: La caccia ai delfini è ancora così diffusa nel mondo? C'è un'area con una maggiore concentrazione?

DP: La caccia ai delfini si svolge ancora ai giorni nostri. Lo vediamo accadere principalmente in Giappone, Indonesia e Isole Salomone.


UB: C'è stata più consapevolezza da parte delle persone su questo tema dall'uscita del film Cove?

DP: Lo crediamo decisamente! The Cove ha raggiunto così tante persone e le ha rese consapevoli sia della caccia e delle catture dei delfini che si svolgono a Taiji, sia dei problemi legati ai delfini in cattività.



UB: I tragici eventi riportati nella baia di Taiji sono ancora attuali?

DP: Sì, dal 1° settembre al 1° marzo i cacciatori escono in mare quasi ogni giorno alla ricerca dei delfini. Il nostro team e i nostri partner sul campo documentano queste cacce e catture dal 2003.


UB: Ci sono altre organizzazioni oltre a voi che si battono per la difesa dei delfini in Giappone?

DP: Sì e di più ogni anno! Il nostro partner principale in Giappone è Life Investigation Agency. Siamo anche entusiasti di vedere un numero crescente di attivisti e gruppi in Giappone.


UB: In che modo Dolphin Project riesce a proteggere la specie? Come si sviluppa il processo di tutela?

DP: Spesso dipende dalla situazione e dalla posizione. Siamo in grado di organizzare una risposta all'arenamento nelle aree in cui lavoriamo attivamente e disponiamo delle risorse. Lo stesso vale per la riabilitazione o la confisca quando consentito. Altri metodi derivano dalla diffusione della consapevolezza e dal sostegno alla legislazione, che mira a impedire in primo luogo che i delfini finiscano in cacce, catture selvatiche e/o cattività.


UB: Come si può diventare un attivista in prima linea?

DP: Abbiamo opportunità di volontariato sul nostro sito Web e guide all'attivismo con tutti i modi consigliati per essere coinvolti.


UB: Quali campagne stai conducendo?

DP: Oltre al nostro Dolphin Sanctuary Project, abbiamo la nostra campagna Captivity Industry, la campagna Taiji, la campagna delle Isole Salomone e la campagna dell'Indonesia.


UB: La condivisione, i social media, il web, fa tutto parte della divulgazione, sempre più persone riveleranno, prima potremo porre fine a questo massacro. Come sfruttare questo potenziale?

DP: I social media ci hanno aiutato a diffondere la parola in modo più efficiente che mai. Ci ha dato grandi opportunità per aumentare la consapevolezza dei problemi su cui stiamo lavorando e di come le persone possono aiutare.



Un delfino vivo venduto a un delfinario ha decisamente più valore di un delfino morto venduto solamente per la sua carne, che ha un valore di circa $ 600.


A Taiji, i delfini vivi sono stati venduti anche ad una cifra di $ 152.000 USD ognuno. La principale causa del massacro è l'industria della cattività motivo economico per il massacro.


Il delfino non è considerato un alimento base del Giappone.


Tuttavia ci sono state delle serie preoccupazioni di salute riguardo al consumo di carne di delfino o balena, perchè sono state rilevate tossine di mercurio nel tessuto adiposo.



Non esistono nemmeno leggi a livello internazionale per tutelare queste azioni.


C'è tanta disinformazione legata all'industria dell'intrattenimento, lo sfruttamento dei delfini viene constantemente mascherato sottoforma di investimenti per la loro salvaguardia. Questa non è nient'altro che una forma per illudere il turista e farlo sentire meno colpevole e meno parte di questo sistema.

Come accennato nell'intervista l'organizzazione ha anche una campagna attiva per la riabilitazione e la reintroduzione, dove possibile, del Delfino, che si chiama Dolphin Sanctuary Project, dove i santuari non sono altro che habitat permanenti, in grado di curare e reinserire in mare aperto, i delfini che sono stati in cattività.


L'istruzione è fondamentale per comprendere e arginare questo fenomeno, come lo è la diffusione, firmare petizioni, e soprattutto impegnarsi a non comprare biglietti di strutture con delfini in cattività. Con queste azioni si può dare una concreta mano a Dolphin Project e a chi quotidianamente si batte per la sopravvivenza dei delfini.



Chi volesse contribuire alla causa ha anche la possibilità di adottare simbolicamente un delfino, o donare una offerta per le varie campagne attive.



》Dolphin Project


Richard O'Barry

 

Ula Bianca - A dream that creates the brand. Connettiamo le persone al mondo digitale e diamo potere all'identità creativa!

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